IL BOLLO NON SI PAGA, IL CONTO SÌ
Alla premier piace vincere facile. Prima una legge elettorale che, secondo i suoi critici, sembra cucita addosso alla maggioranza. Adesso arriva il colpo da maestro: via l’odiato bollo auto. Una tassa che nessuno ama, naturalmente. E proprio per questo perfetta
per fare politica.
Sul tavolo ci sono circa 2,7 miliardi di euro di risorse pubbliche. Due miliardi e settecento milioni: una cifra abbastanza grande da finanziare ospedali, personale sanitario, scuola, trasporti, asili, servizi sociali. Tutte cose indispensabili. Ma terribilmente poco spettacolari.
Perché un infermiere assunto in più non fa impazzire i social. Una lista d’attesa accorciata non si presta al brindisi davanti alle
telecamere. Una maestra pagata meglio non è una fotografia da campagna elettorale. Un asilo che apre cinquanta posti è
una buona notizia, ma non produce lo stesso applauso di un:
“Da oggi il bollo non lo pagate più!” Quello sì che funziona.
Il bollo è semplice, immediato, popolare. Lo capiscono tutti in venti secondi, esattamente il tempo necessario per infilarlo in
un comizio, in un video o in un post. E così la premier può presentarsi alla cassa con una certa disinvoltura: paga lei, naturalmente.
Solo che il portafoglio non è il suo. È quello dello Stato. Cioè il nostro.
Il problema, infatti, non è soltanto il bollo. È la domanda che viene accuratamente lasciata fuori dall'inquadratura:
quei 2,7 miliardi, una volta usciti da una parte, dove verranno recuperati? Perché nello Stato non esistono pasti gratis. Se rinunci a una
entrata, devi trovare altre risorse oppure rinunciare a qualcosa. E quel “qualcosa” raramente arriva con una conferenza stampa.
Il cittadino magari festeggia perché non paga più il bollo. Poi scopre che la visita specialistica continua a pagarla, che il dentista non è diventato gratuito, che il nido costa, che i trasporti arrancano e che per molte prestazioni pubbliche il tempo continua a essere la tassa più cara di tutte.
È una forma di politica molto moderna:
il beneficio si vede subito, il conto arriva dopo. E qui sta la genialità — politica, non contabile — dell'operazione. Si elimina una tassa odiata e facilmente identificabile, mentre i costi di ciò a cui si rinuncia vengono
dispersi nel bilancio dello Stato, nei servizi che non migliorano, nelle liste d'attesa che non si accorciano, nelle spese che prima o poi tornano a bussare alla porta.
Chiamarlo “voto di scambio” è una formula volutamente provocatoria. Ma la domanda politica rimane: quanto consenso si può comprare con il denaro pubblico, quando a pagare il conto è un contribuente che non sa nemmeno quale voce del bilancio finirà per presentarglielo? Un vero affare specie quando vai al distributore di benzina e così paghi anche il viaggio verso le urne.
Un gran capolavoro: il bollo non si paga più, il conto, invece, è ancora intestato a noi.
Gastone Boz
